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I DIRITTI DEI LAVORATORI, L’ U.E. E GLI OLIGARCHI ITALIANI

L’art 36 1° comma della Costituzione recita: «Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla propria famiglia un’esistenza libera e dignitosa». Questo comma, malgrado alcune ambiguità della sua redazione giustamente rilevate in commissione da Giuseppe Di Vittorio, si coordina compiutamente con l’art. 41, 1° e 2° comma: «L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana».

 

In questi due articoli, così come nel comma 2° dell’art. 42, si manifesta a pieno l’influenza, nella nostra Carta costituzionale, della dottrina sociale della Chiesa; una visione del mondo e dei rapporti sociali che affonda le sue radici nel pensiero di San Tommaso, per il quale il bene comunitario e non il valore di scambio sta alla base della stessa circolazione delle merci e della stessa proprietà privata. La dottrina sociale della Chiesa si colloca, pertanto, all’interno della teoria del ‘giusto salario’ e del guadagno moderato. Ma, proprio perché, dopo la radicale condanna della Teologia della Liberazione, le gerarchie ecclesiastiche hanno totalmente rifiutato la teoria di Marx dei modi di produzione, perfino Papa Francesco non può andare molto oltre una sterile e improduttiva predicazione di buoni sentimenti.

 

Eppure perfino questa moderata pretesa di contenere, sul piano delle regole del diritto, la dittatura dei ‘mercati’ e la ricerca illimitata del profitto propria del capitalismo è tacciata, oggi, di socialismo o, addirittura, di bolscevismo. Ma vi è di più: da circa trent’anni, nel mercato totale, anche il diritto è ormai considerato alla stregua di un prodotto in competizione su scala planetaria. E, invero, grandi imprese di servizi giuridici selezionano, con cura, gli ordinamenti nazionali che meglio si adattano alle esigenze di rendimento finanziario e, dunque, dei più ricchi, in maniera tale da abbattere il monte salari a vantaggio esclusivo del profitto. Si è così pienamente realizzato l’auspicio di Friedrich von Hayek, padre dell’integralismo economicistico contemporaneo e mentore delle politiche liberiste thatcheriane inaugurate negli anni ’80 del secolo scorso. Abbiamo assistito, senza neppure opporre un conato di resistenza, al trionfo di un autentico ‘darwinismo normativo’, che mette in concorrenza, su scala mondiale, diritti e culture. Al di là di qualche bella parola o di qualche sterile dichiarazione di principio, l’U.E. si è decisamente adeguata a tali dettami. Anzi di più: essa è stata costruita, come è stata costruita, esclusivamente per questo: ossia per favorire chi detiene i capitali e sottomettere, al contempo, i lavoratori.

 

Particolarmente pernicioso, in questa progressiva destrutturazione del sistema dei diritti e delle garanzie, appare il ruolo della Corte di giustizia delle comunità europee (CGCE). Sebbene sia, per lo più, ignorata dai media, questa giurisdizione detiene di fatto parte essenziale del potere normativo all’interno dell’Unione Europea. Composta oggi da ventisette giudici (uno per ogni Stato membro), la Corte si adopera per consentire alle imprese stabilite nei paesi con bassi salari e con debole protezione sociale di utilizzare a pieno questo loro vantaggio comparato. A tal fine, la Corte ha esentato le imprese dal rispetto dei contratti collettivi nonché dalle leggi che indicizzano il salario al costo della vita e ha affermato che il ricorso a ‘bandiere di comodo’ deriva dal principio di libero insediamento, vietando di conseguenza ogni sciopero contro le delocalizzazioni.

 

Più rilevanti di altre appaiono due sentenze emanate, per i casi Viking e Laval, emesse, rispettivamente l’11 e il 18 dicembre del 2008. La causa Laval riguardava un’impresa di costruzioni lettone, che impiegava in Svezia lavoratori lettoni, rifiutando di aderire al contratto di lavoro svedese. I sindacati avevano fatto ricorso con successo a varie forme di azione collettiva (scioperi di solidarietà, blocchi e boicottaggi) per costringere le imprese al rispetto dei contratti. Nella questione sottoposta alla Corte si chiedeva se tali azioni, benché legittime nel sistema nazionale, non potessero risultare illegali rispetto al diritto comunitario, nella misura in cui ostacolavano la libertà delle imprese di optare per i trattamenti legali e contrattuali meno favorevoli per i lavoratori. Nella sostanza la Corte ha dato ampia soddisfazione alle imprese. Sebbene il diritto di sciopero fuoriesca dalle competenze comunitarie in materia sociale, essa ha ritenuto che nessun ambito del diritto interno possa essere sottratto al dominio delle libertà economiche garantite dal Trattato di Roma del 1957. Si proibisce, pertanto, di ricorrere allo sciopero contro quelle imprese che decidano di operare in uno stato senza rispettarne il sistema di protezione del lavoro. Dal momento che il diritto comunitario impone il rispetto di alcune regole sociali minime, la Corte ha deciso che un’azione collettiva che miri a ottenere qualcosa di più, ossia la parità di trattamento con gli altri lavoratori di quello stesso stato, costituisce un impedimento ingiustificato alla libera prestazione di servizi. In effetti la Corte ha proibito il ricorso al diritto di sciopero al fine di costringere le imprese del paese X che operino nel paese Y a rispettare per intero le leggi e i contratti collettivi del paese Y. Insomma le libertà collettive dei lavoratori subordinati sono state per intero sottomesse alla libertà economica delle imprese. La Corte, riassumendo il contenuto di sue precedenti sentenze, nelle sue decisioni sui casi Viking e Laval è giunta ad affermare che «l’esercizio dei diritti fondamentali in questione, cioè della libertà di espressione e di riunione e il rispetto della dignità umana, non esula dall’ambito applicativo del Trattato e […] che tale esercizio deve essere conciliato con le esigenze relative ai diritti tutelati dal Trattato stesso, oltre che conforme al principio di proporzionalità». Sostenere che occorre “conciliare” la dignità dell’uomo con l’assoluta libertà economica delle imprese significa che vi si può attentare, se solo il gioco vale la candela.

 

Cosa rimane, allora, dei pur precari argini a tutela dei diritti dei lavoratori posti dagli articoli 36 e 41 della nostra Costituzione? Ben poco, anzi nulla! Il cosiddetto processo di unificazione europea, da sempre subordinato agli interessi geostrategici degli USA, a partire dagli inizi degli anni ’80 dello scorso secolo ha perseguito, lentamente ma con tenacia, un obiettivo ulteriore: smantellare tutte le garanzie conquistate, in decenni e decenni di lotte operaie, dal diritto del lavoro. Quanti, con stupita meraviglia, chiedono come e perché taluno osi sostenere che i Trattati europei (TUE e TFUE) stridono con lo spirito e con la lettera della nostra Carta costituzionale, riflettano su questi eventi. Lasciandosi incantare dalla chimera – perché solo di una chimera si tratta – di un’Europa più democratica, i Sindacati italiani (in primo luogo CGIL, CISL e UIL) e i sedicenti partiti della sedicente sinistra non hanno mai voluto porre un argine alla graduale, ma inesorabile, destrutturazione del diritto del lavoro. L’U.E. è irriformabile e una libera federazione dei popoli del nostro continente si potrà costruire – se mai si potrà costruire – solo se il popolo italiano riuscirà a sconfiggere il suo più accanito avversario: l’avida e avara oligarchia economica e politica del nostro paese. L’U.E. e le sue impalcature giuridiche e istituzionali sono state innanzi tutto il paravento dietro il quale gli oligarchi italiani hanno potuto liberamente operare. Essi, vincolandosi volontariamente alle discipline imposte dai Trattati (TUE e TFUE, Patto di Stabilità etc.) e alle politiche di austerità, hanno trovato così modo di far accettare ai lavoratori e alle loro sempre più addomesticate organizzazioni sindacali quell’obbedienza che altrimenti avrebbero incontrato difficoltà a imporre dopo le lotte sociali degli anni ’60 e ’70 dello scorso secolo.